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Nicola D’Andrea: questa è la Scuola che mi piace

Nicola D'Andrea

Un giovane professore di scuola media che “sperimenta” forme nuove e moderne di comunicazione e linguaggio con i suoi alunni: abbiamo pensato di raccontare l’esperienza di Nicola D’Andrea, prof. di Cerignola (Fg) perché ci sembra davvero interessante il suo modo di “fare scuola”.

Oggi si parla di docenti, alunni e scuola in generale con un certo pressapochismo. Sull’argomento non mancano i luoghi comuni e le frasi fatte: “non esiste più la scuola di una volta”, “i professori sono incapaci e non sanno farsi rispettare”, “i giovani non hanno voglia di studiare e imparare”, ecc. Abbiamo voluto incontrare qualcuno che nella scuola ci lavora, con grande passione ed entusiasmo. Gli stessi valori che riesce a trasmettere ai suoi fortunati alunni.

Scambiando poche battute con Nicola, ci si rende subito conto di avere davanti una persona poliedrica, con mille interessi: la letteratura, il giornalismo, il teatro, l’arte.

Gli abbiamo rivolto qualche domanda su ciò che pensa della scuola come istituzione oggi, e ci ha raccontato qualche esperienza personale relativa all’insegnamento.

R: Parliamo di scuola. Secondo te il fatto di essere un giovane professore è di aiuto nell’approccio con gli alunni? Oppure c’è più timore reverenziale verso i professori anziani?

N: Non credo ci sia una questione anagrafica nell’insegnamento, ma di approccio. Un professore giovane può avere autorevolezza al pari di un prof più anziano. L’aiuto nell’approccio con gli alunni deriva dalla formazione, intendo la formazione permanente, che permette all’insegnante di aggiornarsi continuamente ed essere al passo con i tempi sia da un punto di vista contenutistico (e di esempi), che linguistico. Ti faccio un esempio. Le figure retoriche si studiano in poesia, come se fossero una peculiarità della scrittura poetica. Io invece chiedo ai ragazzi quali siano i loro cantanti italiani preferiti. Parto dal testo del loro cantante preferito per indicare la metafora, la similitudine, il chiasmo, l’anafora, in modo che il ragazzo sappia riconoscere queste figure nel testo poetico. In storia lavoro molto sull’aspetto quotidiano, analizzando edifici tipici, modi di mangiare ed apparecchiare la tavola. Allestire un tipico banchetto medievale con pietanze sia abbondanti che povere, sedie alte e basse, mette in evidenza la scala sociale caratteristica dell’epoca medievale. L’approccio migliore consiste nel partire da qualcosa di vicino a loro per poter risalire e riconoscere immediatamente ciò che si studia e sembra lontano da noi.

R: Nel tuo profilo Facebook ho letto questa cosa che mi ha incuriosito: “Ho lanciato una sfida ai ragazzi, un’esercitazione scritta sull’analisi comparata tra la poesia di Giacomo Leopardi, “A Silvia”, ed “Eternamente ora” di Francesco Gabbani. Leggere ciò che è emerso è stato molto interessante, ed è la dimostrazione che “Giacomino” è ancora molto attuale”. E’ vero che ai ragazzi oggi la poesia non interessa più?

N: Io credo molto nelle parole, e in particolare nel loro significato. Ogni parola che utilizziamo ha un’origine etimologica, e come tale dovremmeo chiederci sempre perché la si utilizza al posto di un’altra. Il termine poesia deriva dal greco “poiein” che significa “inventare, comporre, produrre, fare”. Questo implica una creazione. Si compone in letteratura, in arte, musica, in cucina: in ogni aspetto del quotidiano si compone e si produce. Anche quando osserviamo un quadro spesso diciamo “questa è poesia”. A ciò si aggiunga che originariamente la poesia era accompagnata dalla musica. Quello che ho cercato di fare con la mia classe è di “togliere le etichette” agli autori, di evitare di appiccicare a Leopardi l’etichetta di pessimista e di capire invece quali sensazioni provava. Che poi sono le stesse di un adolescente alle prese con l’amore che ha deciso di rendere eterno il sentimento che prova per questa ragazza, che Leopardi chiama appunto “Silvia”. Basta ascoltare le parole del testo di Gabbani (vincitore dell’ultimo Festival di Sanremo) e guardare successivamente il video ufficiale per notare come la storia sia molto simile: due anziani innamorati, il cui amore è stato “eternato” in una foto in bianco e nero con la scritta “Eternamente ora”. Il messaggio che voluto lanciare e che cerco di trasmettere ai ragazzi quando analizziamo gli autori è quello di capire cosa hanno da dire ancora oggi a loro che sono “nativi digitali”. I sentimenti e i valori dell’uomo non hanno connessione che tenga, se non quella del cuore e dell’esperienza di vita. Credo sia questa la chiave per accedere al meraviglioso mondo della letteratura, con la bellezza dell’universalità dei valori e la soggettività di chi legge.

R: Oltre ad essere un professore attento e appassionato, sei anche un bravo scrittore. Di recente hai pubblicato un libro: ci racconti di cosa si tratta?

N: Il mio ultimo libro pubblicato si intitola “I labor-A(t)tori. Spunti per attività laboratoriali nella scuola”, edito da Youcanprint. Io adoro molto l’approccio didattico laboratoriale perché permette di mettere in pratica le nozioni, una serie di attività che ho sperimentato in classe e ho raccolto per iscritto. Così è nato il mio ultimo libro. La didattica “laborattoriale” (per richiamare il titolo del libro) che punta agli alunni come attori principali del processo di apprendimento, li rende protagonisti e partecipi di ogni forma del sapere, in qualsiasi disciplina. Si tratta di una didattica molto “produttiva” e che permette di verificare sul campo le competenze acquisite da ogni ragazzo, sempre grazie alla regia costante di chi guida il processo di apprendimento.

R: Credi che siano cambiati gli alunni rispetto al passato, oppure è l’istituzione Scuola ad essere cambiata oggi?

N: Non credo si debba parlare di un cambiamento degli alunni o dell’istituzione scolastica. Piuttosto credo che sia cambiato il modo di vivere il rapporto scuola-famiglia da entrambe le parti. Gli alunni sono cambiati perché è normale che le generazioni evolvano e di conseguenza è la didattica che deve adattarsi ai tempi che cambiano, ma senza dimenticare da dove viene, quali sono le sue origini. Io insegno da pochi anni (otto), e non ho una percezione ampia di come sia cambiata la scuola. Piuttosto ho una maggiore percezione di come siano cambiati i ragazzi, i loro interessi, anche ricordando e confrontando me stesso come ragazzo e alunno. Quello che ho notato è la mancanza di una curiosità “vivida”, che spinga ad andare a cercare e “toccare” con mano ciò che incuriosisce. Oggi con un semplice click si può soddisfare qualsiasi curiosità, ma questa ricerca è sempre è comunque “schermata” e “filtrata”. Credo che la soluzione ideale sia il raggiungimento di un equilibrio delle due grandi “agenzie educative” che un ragazzo vive: la scuola e la famiglia.

Salutiamo Nicola pensando che i suoi alunni sono proprio fortunati. Un po’ mi viene in mente il mitico professor Keating dell’Attimo fuggente, interpretato da un magistrale Robin Williams: sono passati anni, ma io quel discorso non l’ho mai dimenticato.

 

Autore
Cristiana Lenoci
Mi chiamo Cristiana Lenoci, sono laureata in Giurisprudenza e specializzata nel campo della mediazione civile. La mia grande passione è la scrittura, ho maturato una discreta esperienza sul web e collaboro per diversi siti. Ho anche frequentato un Master biennale in Giornalismo presso l'Università di Bari e l'Ordine dei Giornalisti di Puglia.

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